TRANSMITIR LA FE
Vaticano visto desde la Plaza Venecia

TRASMISSIONE DELLA FEDE ED EDUCAZIONE CRISTIANA. 2025

La sfida del cristiano di ogni tempo è sempre stata quella di trasmettere la fede nei vari contesti e davanti alle diverse provocazioni che si sono presentate nella storia. Nell’epoca contemporanea la sfida che si presenta non è solamente la famigerata secolarizzazione o scristianizzazione, ma anche la crisi spirituale che si vive all’interno della Chiesa, una crisi che in occidente è resa evidente dai banchi vuoti delle chiese.

Prof. Salvattore Agro / Sicilia – Italia

VATICANO DA PIAZZA VENEZIA. Autor: francesco enriquez

TRASMISSIONE DELLA FEDE ED EDUCAZIONE CRISTIANA. La sfida del cristiano di ogni tempo è sempre stata quella di trasmettere la fede nei vari contesti e davanti alle diverse provocazioni che si sono presentate nella storia.

Nell’epoca contemporanea la sfida che si presenta non è solamente la famigerata secolarizzazione o scristianizzazione, ma anche la crisi spirituale che si vive all’interno della Chiesa, una crisi che in occidente è resa evidente dai banchi vuoti delle chiese. Non possiamo trascurare altresì gli sviluppi e i contributi delle scienze umane che, in quanto cristiani, dobbiamo tenere in considerazione se vogliamo rimanere fedeli alla nostra missione evangelizzatrice e portare frutto.

In ambito cristiano è noto il tema dell’educazione alla fede, da sempre oggetto di studio della pastorale che, di volta in volta, nei differenti contesti geografici e storici, ha cercato e cerca di seminare il Vangelo con azioni specifiche e concrete. La nostra, però, sarà una riflessione più teoretica sul tema dell’educazione cristiana, intesa come educazione dei cristiani sia in senso soggettivo – i cristiani come educatori – che in senso oggettivo – i cristiani come educandi.

Nello specifico ci chiediamo cosa si intenda per educazione cristiana e se possiamo identificarla con l’educazione alla fede. Guardando il contesto attuale con le remore che hanno le nuove generazioni, cogliamo subito le sfide che deve affrontare la pastorale ma siamo sicuri di sapere a chi o a cosa ci riferiamo quando parliamo di pastorale?

Nelle terre di antica tradizione cristiana abbiamo insistito così tanto sul ruolo fondamentale dei pastori – vescovi e presbiteri – e abbiamo relegato l’evangelizzazione ai missionari delle terre lontane, da svincolare i fedeli laici da ogni responsabilità comunitaria. La stessa educazione cristiana è stata identificata con la catechesi e dunque affidata quasi esclusivamente ai catechisti. Il risultato è che in molti cristiani è presente la convinzione che l’educazione religiosa sia svincolata dall’educazione in generale e che la prima sia relegata esclusivamente dentro le mura di chiese e oratori.

Ciò che si è venuto a creare in questo modo è un ritorno alla religiosità pre-cristiana in cui il sacro e il profano erano ben separati. Ricordiamo però che con l’incarnazione di Cristo non esiste più tale divisione e ciò si ripercuote anche in ambito pedagogico: l’educazione piena della persona ingloba in sé anche la maturazione della dimensione religiosa.

Più nello specifico l’educazione cristiana è quella maturazione della persona che ha come fondamento, non solo teorico ma esistenziale, il messaggio di Cristo. Già così capiamo che educazione ed evangelizzazione sono strettamente legate, perciò ci chiediamo in che rapporto stanno e chi sono gli attori di tali processi.

1. L’educazione cristiana

DON BOSCO Y DOMINGO SAVIO, MODELOS DE LA OBRA EDUCATIVA DE LA IGLESIA.

La domanda da cui partire è se effettivamente esiste una specificità cristiana dell’educazione e in cosa consista. All’interno del variegato mondo cristiano, vi sono due poli opposti che vedono da un lato un’eccessiva timidezza di chi vive la fede come un fatto legato alla sola pratica rituale, dall’altro c’è chi la considera come il senso della vita e quindi come una dimensione che abbraccia ogni ambito umano.

Se nel primo caso è evidente l’errata identificazione della fede con i soli riti, nel secondo bisogna far attenzione perché si corre il rischio di voler colonizzare l’umano senza le giuste competenze e attenzioni; in quest’ultimo caso la deriva è quella di concepire l’educazione come un semplice indottrinamento che – oggi possiamo finalmente dirlo – nella storia ha fatto spesso danni. Tali danni sono derivati dalla trascuratezza di quello che le scienze umane da sempre sottolineano ovvero la centralità della persona.

A tal proposito la pastorale di Papa Francesco è tutta centrata su questo aspetto: se al centro mettiamo la persona con la sua storia e la sua esperienza, tutto il resto – compresa l’educazione – acquista un significato diverso. Da qui anche la necessità di metterci in ascolto delle scienze pedagogiche che scandagliano ogni aspetto dell’umano alla ricerca di tutte quelle componenti che concorrono allo sviluppo completo della persona.

Se l’educazione è lo sviluppo di tutti gli aspetti della personalità attraverso gli stimoli che si presentano durante la vita, l’aggettivo “cristiana” accanto ad educazione indica una specificità che si articola in due dimensioni: educazione alla fede ed educazione nella fede, di cui la prima va subordinata alla seconda come vedremo. Da queste due declinazioni emerge una terza sfaccettatura – o meglio una necessità – che è l’educazione della fede.

1.1 Educazione alla fede

L’educazione alla fede è un tema che ha attraversato i millenni, affrontato da teologi e ministri sacri, sviscerato da catecheti e missionari, approfondito nei diversi contesti culturali e storici. Educare alla fede vuol dire evangelizzare, annunciare il Vangelo. Essa, dunque, è il nocciolo della missione cristiana, riguarda l’identità cristiana poiché non c’è cristiano che non sia evangelizzatore (e su questo assunto dovremmo interrogarci personalmente!).

Ma precisamente cosa si intende per educazione alla fede? Per troppo tempo l’abbiamo intesa come indottrinamento, come se conoscere la dottrina cristiana fosse garanzia della fede in Cristo; da questa idea hanno preso vita tutte le battaglie e le cristianizzazioni forzate che puntavano più sulla quantità che sulla qualità e che vedevano il Vangelo come insieme di contenuti da sapere.

Ciò ha favorito una solida cultura cristiana che ha permeato ogni aspetto della vita delle persone e delle società in cui è arrivato il cristianesimo, ma dobbiamo riconoscere che questo ci ha dato l’illusione che alla dottrina appresa corrispondesse la fede vissuta.

Non così era alle origini dell’era cristiana dove tenevano ben in mente che il contenuto del Vangelo era Cristo Risorto. La Chiesa oggi mette in guardia da una evangelizzazione intesa come indottrinamento e da una catechesi vista come semplice nozionismo.[1]

Dunque cos’è l’educazione alla fede? Nel corso dei secoli tale educazione si è sempre più identificata con la catechesi in preparazione ai Sacramenti con il risultato che, soprattutto negli ultimi decenni, la mansione di educatore è stata assegnata ai soli catechisti deresponsabilizzando le famiglie e, in generale, qualsiasi fedele non impegnato nella catechesi.

Se è pur vero che i sacramenti esigono una preparazione, è ancor più vero ed evidente che la formazione cristiana non può limitarsi agli anni di “catechismo” come fosse un corso che rilascia una certificazione per poter accedere al sacramento/livello successivo.

 Per rispondere alla domanda dobbiamo capire cosa intendiamo per fede. Bibbia in mano, la fede è concepita come fiducia in Dio[2] e la fiducia implica una relazione; nell’accezione più ampia del termine, la fede è un legame tra il soggetto che si fida e l’oggetto di fiducia che, in questo caso, è Dio.

In particolare, nella fede cristiana questo Oggetto è il Dio trino e, in quanto tale, è anche il Soggetto poiché non rimane inerme nelle mani dell’uomo bensì si abbassa alla ricerca di questi e dialoga con lui; addirittura, è Egli stesso che per primo vuole instaurare questa relazione, quindi l’iniziativa è sua. La fede, dunque, concretizza la relazione con Dio, è il legame stesso tra l’uomo e il suo Creatore.

Di conseguenza educare alla fede vuol dire condurre la persona nella relazione con Dio, introdurla e guidarla dentro la relazione di amore tra Dio e la sua creatura. Solo conseguentemente giunge la dottrina cioè la conoscenza delle cose di Dio, dei contenuti della fede, non perché poco rilevanti ma perché subordinate all’incontro con il Dio che si rivela, scaturite dal legame tra il Dio di Gesù Cristo e il suo popolo che è la Chiesa.

La Rivelazione in teologia viene spiegata con diversi termini che indicano sempre una relazione: essa è Parola, Incontro, Presenza, Comunione.[3] Educare alla fede allora vuol dire guidare il credente all’ascolto del Dio che parla, presentargli il Dio che si rivela e vuole entrare in comunione con la sua creatura.

Questo deve interrogarci sul nostro modo di fare catechesi e, in generale, di condurre la pastorale; non esiste un prontuario né un copione da seguire perché, come già detto, le situazioni e i contesti sono sempre singolari e bisogna adattarsi.

Emblematiche sono le parole di San Paolo quando dice: «mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io».[4] Diventare partecipi del Vangelo lì dove ci troviamo, vivere il contesto partecipando del Vangelo.

In queste parole c’è scritto esattamente come si può educare alla fede. Chiediamoci pertanto qual è il nostro obiettivo:

qual è lo scopo che ci prefissiamo in tanti incontri di catechesi? Cerchiamo di presentare il Signore ai nostri interlocutori o ci acquietiamo trasmettendo nozioni e dottrine? Cosa cerchiamo nei diversi movimenti presenti all’interno della Chiesa? Puntiamo alla sete di salvezza o semplicemente vogliamo alimentare una tradizione? Come mi comporto davanti alle sfide educative? Come contribuisco personalmente all’educazione alla fede nel contesto in cui vivo e mi muovo?

Quest’ultima domanda sul come contribuire all’educazione cristiana ci porta all’altra dimensione, forse la più importante che è l’educare nella fede.

1.2 Educare nella fede

  Se abbiamo chiarito che educare alla fede significa trasmettere la fiducia in Dio e solo conseguentemente apprendere il contenuto dottrinale, il come trasmettere questa fede non è sempre chiaro. Nella storia abbiamo avuto diversi approcci pastorali, dai più zelanti che a volte sono arrivati alle conversioni forzate, ai più accomodanti che in alcuni contesti hanno creato terreno fertile per sincretismi non sempre accettabili.

Al di là delle modalità di trasmissione più efficaci che possiamo apprendere dalle scienze pedagogiche,[5] quello che si vuole sottolineare qui è lo spazio vitale dentro il quale può avvenire l’educazione cristiana che è quello della fede ecclesiale e personale.

Se è vero che la fede cristiana si trasmette per contagio, educare nella fede vuol dire veicolare il Vangelo, condurre e sostenere l’educando all’interno e dall’interno della propria relazione con Dio. Spesso siamo frenati dai ruoli e dai contesti, pensando che solo un sacerdote o un catechista abbiano il diritto e il dovere di diffondere la Parola di Dio.

Invece dovremmo riscoprire la nostra identità missionaria: l’educazione nella fede, infatti, dovrebbe essere un automatismo per i cristiani, una missione ovvia e una modalità spontanea di vivere e trasmettere il Vangelo. Ecco quindi che ad essere chiamati in causa non sono solo coloro che hanno un ruolo particolare e riconosciuto nella Chiesa bensì ogni singolo cristiano con il suo modo personale di vivere la fede;

per questo motivo sono fondamentali la credibilità, la coerenza e la testimonianza di vita. A tal proposito la Conferenza Episcopale Italiana è stata esplicita affermando che «la testimonianza della vita è essenziale, nel momento in cui si vuol proclamare e diffondere la fede. È questa la via, per la quale la verità cristiana si fa riconoscere nella Chiesa: attraverso i cristiani, in una testimonianza umana, nella quale risplende la testimonianza di Dio».[6]

 A nulla serve insegnare la dottrina cristiana se la mia vita non è coerente con il Vangelo, a nulla serve lo studio dei dogmi e della morale se la mia vita è sganciata dai valori cristiani.

Precisiamo che lo studio della dottrina e della morale distaccato dalla fede non è per forza negativo, anzi ci sono contesti in cui è richiesto e un esempio è dato dall’insegnamento della Religione Cattolica nelle scuole statali: benché sia richiesta all’insegnante di religione la coerenza di vita con la fede cristiana – perché a scuola egli è l’immagine della Chiesa Cattolica – tuttavia l’obiettivo non è la trasmissione della fede ma l’educazione al pensiero critico a partire dalla prospettiva cristiana.

L’educazione alla fede si colloca all’interno dell’educazione nella fede, questa è il panorama e lo spazio vitale entro cui il cristiano testimonia il Vangelo nel mondo, il suo passaggio lascia un odore che gli altri devono riconoscere: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri»[7]. Chiunque si definisce cristiano, volente o nolente, ha una grande responsabilità davanti al mondo.

È importante sottolineare infatti che non esiste un margine di neutralità in questo senso: ogni cristiano, con la propria vita, rende testimonianza o contro-testimonianza al messaggio evangelico, avvicina a Cristo o allontana da Lui, porta frutto o scandalizza[8]. Ogni seguace di Cristo, in forza del battesimo che lo rende sacerdote, re e profeta, diventa costitutivamente un educatore nella fede e, quindi, alla fede.[9]

Riprendendo l’esempio di cui sopra, sarà la vita e il modo di porsi dell’insegnante di religione ad educare nella fede e non tanto i contenuti affrontati in classe (e ciò non riguarda solo l’insegnate di religione ma qualsiasi altra figura che all’interno della scuola vive il Vangelo e riesce a contagiare gli altri con il suo amore).

Da questa prospettiva non è difficile comprendere il perché dell’avanzata secolarista e del disinteresse delle nuove generazioni verso la spiritualità cristiana.[10] Le persone non sono più in contatto con la loro dimensione spirituale, e la loro fame di “Altro” – se c’è – viene anestetizzata dalla mentalità materialista che impera nel nostro mondo e che sopperisce ai bisogni dell’uomo solo con ciò che è materiale e immediatamente fruibile.

Coloro che riescono a sentire la sete di un mondo trascendente, che vada al di là delle cose materiali e delle macchine adesso intelligenti, si rifugiano in spiritualismi nostalgici di un passato lontano o in nuove forme sincretiste, ma sempre restii verso una rigida appartenenza comunitaria e soprattutto verso un cristianesimo immaginato come moralismo e dottrinalismo.

Chi, a diversi livelli, si occupa di pastorale noterà sicuramente una maggiore difficoltà nel testimoniare il Vangelo in quei contesti tradizionalmente cristiani poiché lì soggiace una “presunzione” dovuta all’errata identificazione della dottrina con la fede: si rifiuta il Vangelo perché convinti di conoscerlo, ci si disinteressa al cristianesimo perché sicuri di sapere già tutto per tradizione.

Come afferma il gesuita Michael Paul Gallagher, «con l’avvento della sensibilità postmoderna, infine, la religione appare agli occhi di molti qualcosa di antico, di noioso, di alieno – quasi una lingua morta. La pratica ecclesiale, poi, è precipitata specialmente tra le giovani generazioni. La Chiesa diventa così più debole ed è posta di fronte a un’enorme sfida pastorale»[11].

Se è vero che un educatore non deve essere necessariamente cristiano, non è vero il contrario e cioè che ogni cristiano può non essere un educatore. Educare nella fede vuol dire, infatti, annunciare Cristo nei contesti di appartenenza: annunciarlo nel posto di lavoro, in famiglia, tra amici, al bar… «occorre coniugare l’impegno nella fede con lo slancio generoso sulle frontiere della vita professionale, del dibattito culturale, della promozione del bene comune e della responsabilità civile»[12].

Ma si badi a non intendere l’annuncio come un semplice proclama. Annunciare Cristo non necessita studi di teologia né specializzazioni in scienze della comunicazione (benché queste cose siano un grande vantaggio), poiché è la vita stessa e il nostro modo di fare a parlare di Cristo.

Se la fede cristiana è la relazione tra Dio e il suo fedele, e l’educatore è colui che deve guidare la persona all’interno e dall’interno di questa relazione, l’educazione cristiana è la guida per vivere la propria storia secondo il Vangelo di Cristo e serve a dare le chiavi di lettura e le istruzioni per la propria vita.

D’altro canto la fede cristiana non può essere un fatto intimistico, non può essere relegata alla sola sfera privata checché ne dicano i laicisti, poiché il cristianesimo è anche uno stile di vita che ha ripercussioni nell’ambito sociale.[13] Tale stile di vita si apprende proprio all’interno della comunità cristiana grazie alle molteplici figure – in primis i genitori, seguiti da chiunque si professi cristiano – che fungono da educatori nella fede.

Ed è proprio dentro la fede ecclesiale che si imparano non solo i contenuti della fede ma soprattutto le “linee guida” che orienteranno la vita degli educandi secondo il messaggio di Gesù Cristo. Concretamente vuol dire condurre gradualmente le persone ad un senso del mistero che non si situa solo in alcuni momenti particolari della vita bensì dentro il loro quotidiano.

Non va dimenticato che nella dinamica educativa c’è sempre uno scambio per cui anche l’educatore diventa educando mettendosi in ascolto e lasciandosi plasmare dalla relazione pedagogica. Le scienze pedagogiche già da tempo rimarcano che l’essere umano è in continua formazione e dunque non c’è mai un momento in cui la persona smette di apprendere. Ciò vale anche per la fede dell’educatore che, testimoniando il Vangelo, si rinnova continuamente e chi ha fatto una qualche esperienza di missione evangelizzatrice, conosce bene questa dinamica.

Alla domanda iniziale se esiste una specificità cristiana dell’educazione e in cosa consista, la risposta è proprio la fede. Tale risposta spesso è stata banalizzata nella storia e data per scontata. La fede riguarda ogni aspetto della dimensione umana, anche quello educativo. Perciò, più in generale, non si tratta di educare alla fede – almeno in un primo momento – quanto piuttosto di risvegliare il desiderio della fede, di dare ascolto alla sete di Altro che può essere appagata solo nella relazione con Dio. Questo desiderio e questa sete di Dio possono essere risvegliati dall’esempio di chi già ha attinto alla Sorgente dell’Acqua Viva[14].

Lo psicanalista Massimo Recalcati, in un saggio sulla passione che deve avere un insegnante, afferma che «perché vi sia desiderio di sapere è necessario un contagio, un incontro con un testimone di questo desiderio»[15]. Il vero soggetto educante, quindi, è la fede di chi si è già dissetato, del testimone di Cristo, è la fede dell’educatore che educa e porta a maturazione sia la relazione con Dio che la conoscenza dei contenuti dottrinali. Emerge da qui una provocazione al singolo cristiano: sono un testimone contagioso? La mia fede è capace di educare?

1.3 Educare la fede

  Considerando quanto detto sopra, cioè che non esiste una zona franca per il cristiano perché con la sua testimonianza educa o diseduca (non ci sono vie di mezzo!), la necessità che emerge in molti contesti ecclesiali è quella di educare la fede di chi già si professa cristiano: se vogliamo essere educatori, dobbiamo partire dalla nostra stessa fede, educarla cioè purificarla da preconcetti, da tradizionalismi e da false immagini di Dio.[16]

È necessario risvegliare la fede assopita di molti cristiani, ritornare all’incontro generativo della propria fede, all’esperienza personale fatta del Signore risorto, al sentimento provato davanti all’amore premuroso di Dio Padre.

Inoltre – ed è ben più grave – dovremmo smetterla di far finta di non vedere come molti educatori scelti nei diversi ambiti ecclesiali (parrocchie, oratori, movimenti ecc.) spesso non sono capaci di trasmettere la fede perché immaturi nel rapporto personale con Cristo.

Personalmente sono stato protagonista di due fraintendimenti opposti: in ambito parrocchiale mi è stato chiesto di impegnarmi nella catechesi dando per scontato che ne fossi all’altezza visti i miei studi teologici; in ambiente “profano” alcuni laici, stupiti dai miei studi, hanno esordito dicendo che anche loro da bambini avevano frequentato il catechismo. Questi due episodi sono emblematici perché ci dicono che, sia ad intra che ad extra, si confonde l’aspetto teologico del sapere con quello esistenziale della fede[17].

Negli anni ci siamo focalizzati così tanto sull’educazione alla fede come dottrina, da non aver considerato l’importanza e la necessità di una fede contagiosa degli educatori; abbiamo insistito sui contenuti della fede senza foggiare la fede; abbiamo affidato i neofiti ad altri neofiti, dimenticando che Gesù ci aveva messi in guardia: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? 

Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro»[18]. Dobbiamo allora chiederci come fare per risvegliare la fede in chi dovrebbe essere già zelante sì da contagiare gli altri. Ciò che va rivisto è l’ordine: educare la fede degli educatori cosicché possano educare alla fede nella fede.

Il già citato gesuita irlandese individua tre elementi interessanti, tre sfumature della fede o tre ingredienti degni di attenzione per la riflessione che stiamo facendo: fede come disposizione, fede come decisione, fede come differenza[19]. La prima aggettivazione si riferisce all’apertura necessaria per accogliere il messaggio evangelico, un’attitudine che permette alla persona di mettersi in ascolto, è la possibilità di lasciarsi incontrare da Cristo.

Questo è il primo step senza il quale non è possibile instaurare nessuna forma di dialogo con Dio o processo di educazione con gli altri. Si dà come presupposto che tale apertura ci sia già in chi si professa cristiano e soprattutto in chi si dedica alla comunità ma, come abbiamo già detto, questa cosa andrebbe appurata dai pastori. Il secondo elemento è la decisione.

Qui cominciamo ad entrare in un clima più teso perché ci chiama ad un impegno serio, ad una scelta di vita che ci spinge a lasciare un cristianesimo passivo e tradizionale per uno vivo ed esistenziale. Vi è poi la fede come differenza: tale accezione la troviamo già nel Vangelo quando Gesù chiede con sarcasmo cosa ci sia di diverso tra un suo discepolo e un pagano se entrambi si limitano ad amare chi li ama e odiare chi li odia. Gesù chiede dove stia la differenza[20].

Spesso non cogliamo tutta la pesantezza di tale affermazione che ci investe come un torrente in piena caricandoci di una grande responsabilità e chiamandoci ad una coerenza limpida e coraggiosa. Essere cristiani vuol dire essere diversi, vuol dire portare avanti quella frattura che Cristo stesso ha cominciato con la Sua incarnazione, essere quella contraddizione che si realizza sulla croce, diventare messaggeri di una Buona Notizia Nuova, di qualcosa di inaudito, di sorprendente.

Con un Dio che è “Sorpresa”, mistero che stupisce, ci chiediamo come siamo arrivati a svuotare le chiese! Con un Dio che è Amore, come abbiamo potuto pensare di ridurre tutto a dottrina? Con un Signore che rompe gli schemi, come siamo riusciti ad annoiare i giovani?

È evidente il bisogno di scuotere la nostra fede, la fede di chi si professa cristiano, di riaccendere la fiamma dello zelo, «il bisogno di un iniziale risveglio della disposizione e del desiderio; poi l’urgenza di un ministero per una decisione genuinamente libera, adatto a un contesto di “desolazione culturale”; e, in terzo luogo, la necessità di “narrazioni” e prassi che nutrano la fede e permettano alle persone di diventare in modo sereno critiche rispetto alla cultura circostante»[21].

Educare la fede significa diventare maturi spiritualmente. Ciò non vuol dire che giungeremo ad un punto di arrivo – la stessa pedagogia, come già detto, sottolinea che l’educazione è un processo continuo che dura tutta la vita – ma vivere la relazione con Dio da adulti. Solo così saremo in grado di educare il prossimo.

Conclusioni

Volutamente in queste pagine è stata chiamata poco in causa la catechesi e non si è parlato di liturgia o dei sacramenti con i rispettivi riti che, comunque, rimangono una risorsa teologica e pastorale circa l’educazione. L’intento infatti è stato quello di riportare l’attenzione alla responsabilità evangelizzatrice di ogni cristiano, di sottolineare che nessuno può esimersi dall’educazione alla fede perché, come afferma il Concilio Vaticano II, «ad ogni discepolo di Cristo incombe il dovere di diffondere per parte sua la fede»[22].

Senza dubbio è fondamentale la figura del catechista che è stata oggetto della Lettera Apostolica Antiquum Ministerium in forma di Motu Propriu di Papa Francesco con la quale ha istituito il ministero di catechista. Proprio qui il Sommo Pontefice afferma che «risvegliare l’entusiasmo personale di ogni battezzato e ravvivare la consapevolezza di essere chiamato a svolgere la propria missione nella comunità, richiede l’ascolto alla voce dello Spirito che non fa mai mancare la sua presenza feconda.

Lo Spirito chiama anche oggi uomini e donne perché si mettano in cammino per andare incontro ai tanti che attendono di conoscere la bellezza, la bontà e la verità della fede cristiana. È compito dei Pastori sostenere questo percorso e arricchire la vita della comunità cristiana con il riconoscimento di ministeri laicali capaci di contribuire alla trasformazione della società attraverso la “penetrazione dei valori cristiani nel mondo sociale, politico ed economico”».[23]

Ogni battezzato dunque è chiamato ad educare alla fede testimoniando Cristo con la propria vita. Poi, consapevoli che lo Spirito Santo distribuisce i carismi per l’edificazione del Corpo di Cristo che è la Chiesa, tra i battezzati vi saranno alcuni scelti per occuparsi della catechesi in senso proprio. A tal proposito potremmo dire che il Catechista istituito secondo il modello della Lettera Apostolica sopra citata, diventa modello per ogni cristiano che è chiamato ad annunciare il Vangelo nel proprio contesto.

Altra precisazione riguarda i pochi riferimenti alla preparazione ai sacramenti non perché si ritiene inutile o infruttuosa la preparazione catechetica, piuttosto «significa invitare le persone alla fede attraverso accessi differenti rispetto a quelli del passato. I sacramenti e l’insegnamento dottrinale restano cruciali, ma non più sulla frontiera di una pedagogia pastorale capace di andare incontro alla crisi attuale della fede.

Per la nuova sensibilità postmoderna, ciò che è richiesto è una pre-evangelizzazione spirituale che liberi il desiderio e risvegli vie di preghiera e di ascolto della Parola. Allora la ricchezza della vita sacramentale della Chiesa può giungere a sigillare un più lento viaggio della disposizione interiore verso la fede»[24].

A conclusione di questa riflessione esorto il lettore cristiano ad interrogarsi sul contributo che sta dando alla comunità nella quale è inserito a partire dalle tre sfumature dell’educazione cristiana che abbiamo visto: la mia fede è matura così da poter essere un punto di riferimento per tutti coloro che incontro? In ciò che faccio e nel contesto in cui vivo, emerge la mia identità cristiana capace di contagiare? Infine, che mi sia espressamente chiesto o no, sono capace di educare alla fede, cioè alla relazione con Dio Padre, Figlio e Spirito Santo?

Se riconosciamo di essere ancora immaturi nella fede, la Chiesa offre un’enorme ricchezza spirituale e teologica con i movimenti ecclesiali, le catechesi parrocchiali, gli studi teologici ed esperienze di diverso tipo, spetta a noi attingere a questo grande tesoro.

Ricollegandomi alla Lettera Apostolica di Papa Francesco, spero in una sempre maggiore attenzione da parte dei pastori ai carismi che lo Spirito elargisce, soprattutto ai laici, così che – dando loro fiducia – possano assumersi la responsabilità che deriva dal Vangelo e lavorare nella vigna del Signore come testimoni fedeli per poter educare evangelizzando ed evangelizzare educando.

Bibliografia

Alcamo G. (a cura di), Il compito educativo della catechesi, Milano 2011.

Cosentino F., Non è quel che credi. Liberarsi dalle false immagini di Dio, Bologna 2019.

Dotolo C., Dio, sorpresa per la storia. Per una teologia post-secolare, Brescia 2020.

Forte B., La trasmissione della fede, Brescia 2014.

Gallagher M. P., Una freschezza che sorprende: il Vangelo nella cultura di oggi, Bologna 2010.

Pié-Ninot S., La teologia fondamentale: «Rendere ragione della speranza» (1 Pt 3,15), Brescia 2010.

Recalcati M., L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento, Torino 2014.

Fonti e Documenti:

Concilio Vaticano II, Lumen Gentium, AAS 57 (1965).

Conferenza Episcopale Italiana, Il rinnovamento della catechesi, Roma 1970.

Congregazione per la Dottrina della Fede, Donum Veritatis, AAS 82 (1990).

Francesco P.P., “Anticuum Ministerium”, AAS 113 (2021).

––––, “Evangelii Gaudium”, AAS 105 (2013).

ARTÍCULO DE INTERÉS

ITINERARIO DE EDUCACIÓN EN LA FE[1]


[1] https://pastoraljuvenil.es/wp-content/uploads/2025/09/IEF_Guia-Animador-WEB.pdf

EDUCADORES DE LA FE
FOTO: INTERNET

[1] La catechesi stessa adesso viene vista come educazione e non come semplice trasmissione di contenuti. Cf. Giuseppe Ruta, La catechesi «insegnamento che diviene educazione», in AA. VV., Il compito educativo della catechesi. Il contributo del Documento di base, 79-100.

[2] cf. Eb 11

[3] Cf. Salvador Pié-Ninot, La teologia fondamentale.

[4] 1Cor 9,22-23.

[5] Cf. Papa Francesco, Evangelii gaudium, da n. 156 a n. 159.

[6] Conferenza Episcopale Italiana, Il rinnovamento della catechesi, n. 186.

[7] Gv 13,35.

[8] Cf. Mt 18,6-7; Rm 14,12-13; 1Cor 10,31-33.

[9] Cf. Papa Francesco, Evangelii gaudium, n. 119-120.

[10] Per una interessante riflessione teologica sulla questione di Dio nell’epoca post-secolare cf. Carmelo Dotolo, Dio, sorpresa per la storia. Per una teologia post-secolare.

[11] Michael Paul Gallagher, Una freschezza che sorprende: il Vangelo nella cultura di oggi, 36.

[12] Bruno Forte, La trasmissione della fede, 34.

[13] Cf. Papa Francesco, Evangelii gaudium, da n. 182 a n.184.

[14] Cf. Gv 4,5-30.

[15] Massimo Recalcati, L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento, 61.

[16] Cf. Francesco Cosentino, Non è quel che credi. Liberarsi dalle false immagini di Dio.

[17] Gli esempi sono molto generalizzati e non è questa la sede per spiegare la dimensione pure esistenziale della teologia, sintetizzata bene in Donum Veritatis della Congregazione per la Dottrina della Fede.

[18] Lc 6,39-40.

[19] Cf. Michael Paul Gallagher, Una freschezza che sorprende: il Vangelo nella cultura di oggi.

[20] Cf. Mt 5,43-47; Lc 6,32-36.

[21] Michael Paul Gallagher, Una freschezza che sorprende: il Vangelo nella cultura di oggi, 55.

[22] Costituzione dogmatica Lumen Gentium, n.17.

[23] Papa Francesco, Antiquum Ministerium, n. 5.

[24] Michael Paul Gallagher, Una freschezza che sorprende: il Vangelo nella cultura di oggi, 45.

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